“Il mio compito è accompagnare il sentimento intimo dei personaggi.” La musica di Carlo Virzì per il cinema del fratello Paolo.
Da sempre le coppie regista-compositore hanno plasmato l’identità del cinema italiano. Quella tra Paolo Virzì e il fratello Carlo, toscani, rispettivamente classe 1964 e 1972, non fa differenza. Dagli esordi con Ovosodo al nuovissimo Cinque secondi (CAM Sugar), il loro linguaggio creativo è evoluto costantemente contribuendo a colonne sonore memorabili. Ne abbiamo discusso con Carlo Virzì.
Con Cinque secondi – nelle sale dal 30 ottobre – Paolo Virzì torna a raccontare le fragilità umane, le imperfezioni e la tenerezza nascosta dietro i fallimenti, con un cast che comprende Valerio Mastandrea, Valeria Bruni Tedeschi, Ilaria Spada e Galatea Bellugi. Sono temi che attraversano da sempre la sua filmografia, da Ovosodo a La prima cosa bella, da Il capitale umano a La pazza gioia. Questa volta, però, lo sguardo si fa più raccolto, quasi sospeso, come se il regista toscano volesse fermare il tempo e guardarsi dentro. Il film, tra malinconia e ironia, è una riflessione sulla paternità e sul rimorso, sulla possibilità di riconciliarsi con sé stessi e con ciò che si è perduto.
Accanto a lui, ancora una volta, c’è Carlo Virzì, fratello e complice creativo da tre decenni. La loro è una delle collaborazioni più longeve e coerenti del cinema italiano, un dialogo continuo tra immagine e suono che si rinnova a ogni film. Come accaduto con altre leggendarie coppie creative del cinema italiano – da Fellini e Rota a Sordi e Piccioni — anche i fratelli Virzì hanno saputo costruire un linguaggio comune, capace di dare al racconto un respiro musicale e umano inconfondibile.
Nel percorso di Carlo Virzì, la musica è sempre stata racconto, sguardo e sentimento. Dagli esordi con gli Snaporaz, quando le sonorità pop e rock segnavano la vitalità dei primi film, fino alle partiture più intime e riflessive degli ultimi lavori, la sua evoluzione accompagna quella del fratello. In Cinque secondi, queste due anime convivono: la leggerezza melodica delle ballad folk e beatlesiane incontra la profondità emotiva di composizioni sospese, che scandiscono lo scorrere del tempo e danno voce al silenzio dei personaggi. È qui che la musica, come il film, diventa memoria, nostalgia e possibilità di rinascita. Abbiamo intervistato Carlo Virzì per approfondire la genesi della colonna sonora CAM Sugar di Cinque secondi e il suo rapporto con la musica per immagini.
CAM Sugar Journal: Cinque secondi è un film in cui viene messa in luce una tematica complessa e oggi più che mai affine a molte persone: quella della separazione e del conseguente rapporto con i figli. Come si traduce in musica un sentimento così sfaccettato? Quali sono stati gli strumenti di riferimento?
Carlo Virzì: Il tentativo è stato quello di suggerire un sentimento struggente, che fosse profondo ma non disperato, con una sua dolcezza. Ho utilizzato soprattutto strumenti a fiato, principalmente flauto traverso, clarinetto e un vecchio piffero pellerossa, suonati dal maestro Alessandro Papotto che mi accompagna con pazienza ormai da più di vent’anni. Temi come sospiri, questa la suggestione.
Oltre ad essermi fatto ispirare dalle atmosfere dei film sui samurai, mi sono reso conto di aver assorbito diverse suggestioni da Il libro della giungla – la parte iniziale, la sua semplicità e potenza evocativa. La considero una delle musiche più belle di sempre.
CSJ: Cinque secondi ha un titolo fortemente simbolico: il tempo, l’attimo, l’irreversibilità. Hai cercato di restituire musicalmente questa idea?
CV: Avendo preso parte alla fase di sceneggiatura del film, certe idee sono uscite fuori ancora prima di vedere il film girato. Una cosa che ci dicevamo spesso con Paolo era quella di prendere in considerazione, oltre alla sospensione, un tessuto ritmico minimo e profondo, che portasse con sé la suggestione di un batticuore e contemporaneamente quella del tempo, lo scandire della lancetta.

Adriano Sereni (Valerio Mastandrea), disengo di Paolo Virzì, 2025.
CSJ: Nella tua esperienza, quanto la musica deve saper catturare e interpretare la psicologia dei personaggi e quanto invece deve restarne indipendente, creando un proprio spazio poetico?
CV: Accompagnare il sentimento intimo di un personaggio, questo è il mio compito. In questo caso un protagonista, soprattutto nella prima parte della storia, immerso nel suo silenzio e nel suono dell’ambiente, della campagna e delle stagioni. E’ in questo ambiente naturale che prende risalto il chiasso di quella combriccola di ragazzi vivace e caciarona; ed è su questo che abbiamo lavorato, creando per loro un repertorio di canzoni, canzoncine e schiamazzi orchestrati. Canti avvinazzati, ballate beatlesiane o folk. Questo è il tessuto sonoro della prima metà del film. Poi la vicenda si compone piano piano e la musica ci aiuta ad entrare nell’intimo dei personaggi.
CSJ: Quello tra te e Paolo è uno dei rapporti creativi più duraturi del cinema italiano contemporaneo. Questa dialettica artistica, sarebbe diversa senza il dialogo fraterno che si porta appresso?
CV: E’ una cosa che avviene in modo naturale, perché è sempre stato così fin dai tempi della nostra cameretta.

Giuliana (Valeria Bruni Tedeschi), disegno di Paolo Virzì, 2025.
CSJ: La tua carriera musicale è iniziata con il rock, come membro degli Snaporaz, con cui hai anche firmato le tue prime colonne sonore: Ovosodo e Baci, e abbracci, opere oggi cult e storicizzate. Gli anni ‘90 sono infatti stati una stagione importante per il rock alternativo in Italia, e al tempo stesso anche per un nuovo cinema italiano che andava prendendo forma. Come è evoluto nel tempo il tuo linguaggio musicale, sia nei tuoi ascolti personali che nel modo di approcciare la composizione per il cinema?
CV: Confermo, gli anni novanta sono stati un laboratorio sia per il cinema che per la musica. Dopo l’esperienza on the road con gli Snaporaz, che avveniva in modo collettivo, mi sono innamorato di questa nuova dimensione più solitaria, più intima, alla ricerca di suoni. Ma in questo film ho avuto di nuovo l’occasione di scrivere canzoni, e cercare di farle suonare dal gruppo di ragazzi, un po’ come succedeva una volta.
CSJ: Tra i riconoscimenti della tua carriera, nel 2011 sei stato insignito del Premio Ennio Morricone per il tuo lavoro su La prima cosa bella. A proposito del Maestro, hai delle ispirazioni provenienti dal mondo del cinema e della sua musica che hanno influenzato il tuo percorso artistico?
CV: Non ho mai nemmeno provato a imitare il Maestro, sostanzialmente perché sono ignorante e la sua musica invece nasce dal profondo di una tecnica mostruosa, da una sensibilità e una capacità che appartiene più alla Musica Classica Contemporanea che all’esercizio del commento musicale da film. Una volta mi capitò di fischiettare per doppiare un tema, ed ecco che per un attimo pensai ingenuamente: “alla Morricone”, ma si trattava di una cosina, una briciola rubata. Ho avuto l’onore però di utilizzare in passato alcuni strumenti usati personalmente dal Maestro allo studio Forum, in particolare una celesta e un vecchio piano verticale.
CSJ: Quali sono le colonne sonore che oggi per te rappresentano una bussola in ambito creativo?
CV: Sono molto colpito dalle colonne sonore di certe serie. Credo che siano il territorio più interessante al momento. In questi anni ho amato il lavoro musicale su Fargo, The Knick, 22.11.63 e recentemente anche cose italiane come The Bad Guy. Spero che mi capiti di poter lavorare in quel contesto.

Il gruppo di giovani idealisti di Cinque secondi, disegno di Paolo Virzì, 2025.
