La cultura può salvare il mondo

Una dichiarazione nel finale del film candidato agli Oscar The Secret Agent di Kleber Mendonça Filho ha acceso una riflessione: oggi il cinema è ancora in grado di produrre cultura? Alessandro Sugar, label manager CAM Sugar, riflette sul ruolo e sulla responsabilità culturale degli archivi nell’irrequieta era digitale.

Recentemente sono tornato al cinema, nella mia città natale in Italia, per vedere The Secret Agent, l’ultimo film di Kleber Mendonça Filho. Ho amato il film: la trama, la musica, i colori, e l’interpretazione straordinaria di Wagner Moura. Eppure, c’è stato qualcos’altro che mi è rimasto dentro ben oltre l’accensione delle luci e il ritorno a casa.

Mentre scorrevano i titoli di coda, è apparsa sullo schermo una nota finale. Più di 1.300 professionisti avevano lavorato alla realizzazione del film. Era una semplice dichiarazione di fatto, quasi modesta. Ma portava con sé un peso enorme. In un tempo ossessionato dal profitto, dalla velocità e da un’idea superficiale di successo, quel promemoria aveva qualcosa di profondamente rassicurante. La cultura non è un accessorio. È un motore. Crea lavoro, richiede disciplina, favorisce la collaborazione. Costruisce economie in modo organico, umano, duraturo.

Ho trovato conforto nel vedere un regista come Kleber Mendonça ribadire questa verità. La cultura non è un lusso da concedersi quando conviene. È un veicolo di crescita sostenibile, di identità civica, di memoria condivisa.

Forse questo messaggio mi ha toccato così profondamente perché lavoro anch’io nell’ambito artistico. Ho venticinque anni e faccio parte dell’azienda musicale della mia famiglia, giunta alla quarta generazione. Il mio lavoro consiste nello specifico nel restaurare e riportare in vita un catalogo di oltre 2.500 colonne sonore italiane e francesi, composte tra gli anni Sessanta e Ottanta da alcuni dei più grandi compositori del Novecento.

Il restauro di nastri perduti nell’archivio CAM Sugar. Fotografia: Mattia Micheli.

Ogni giorno in archivio è un promemoria della forza dell’arte quando nasce da profondità, studio e sincerità. La musica che restauriamo non è soltanto un documento del suo tempo: è la prova viva che un lavoro fondato sulla conoscenza e sull’onestà non svanisce.

C’è qualcosa di profondamente emozionante nell’incontrare opere scritte decenni fa che risultano ancora urgenti, ancora vive. Ogni partitura è la testimonianza di un’arte che non era pensata per inseguire il presente, ma per superarlo. Ed è per questo che resta senza tempo.

Ciò che più mi colpisce è la loro solidità. La loro formazione era profonda, l’educazione musicale rigorosa. Le note che riscopriamo, le registrazioni in studio, la corrispondenza: tutto rivela artisti che avevano studiato a fondo e che si avvicinavano al proprio mestiere con umiltà e disciplina. C’è un’assenza di superficialità che oggi appare quasi radicale.

Molti di loro hanno vissuto il cosiddetto boom economico italiano, gli anni successivi alla devastazione della Seconda guerra mondiale. C’erano meno risorse. Meno scorciatoie. Più spazio perché il talento emergesse senza rumore. Alcuni costruivano i propri strumenti. Altri sperimentavano suoni provenienti da culture lontane senza mai lasciare casa. Componevano insieme, studiavano, affinavano. Non inseguivano l’attenzione. Inseguivano l’eccellenza. E lo facevano accanto a straordinari musicisti di sessione, artisti di grande talento che contribuivano a dare forma a quella visione attraverso ore infinite in studio.

Con il tempo, gli strumenti per creare arte sono diventati accessibili a tutti. Questa democratizzazione ha portato opportunità straordinarie. Ma ha anche generato un flusso incessante di opere che spesso mancano di profondità, formazione e capacità di durare.

Siamo sommersi dalla produzione, eppure affamati di eredità. Ci sorprendono interpretazioni vuote, film che si riducono a esercizi estetici, dichiarazioni politiche che si presentano come coraggiose ma sono, in realtà, tentativi goffi di apparire tali – allineamenti sottili all’opinione dominante, per non correre il rischio di essere davvero dissonanti.

È per questo che il messaggio di Kleber Mendonça conta. Se vogliamo che l’arte torni a essere uno strumento di conoscenza e di influenza, dobbiamo investirvi seriamente e coinvolgere il maggior numero possibile di giovani.

Il restauro di nastri perduti nell’archivio CAM Sugar. Fotografia: Mattia Micheli.

A settembre ho vissuto un piccolo episodio che racchiude perfettamente questa idea. Ho avuto il privilegio di incontrare Enrico Pieranunzi, un uomo elegante, settantenne, pianista e amico di lunga data di Ennio Morricone. Abbiamo parlato di calcio e del passato.

A un certo punto mi ha raccontato una storia. Dopo un concerto, un fan si è avvicinato chiedendogli se avesse mai composto sotto lo pseudonimo Pulsar Music. Negli anni Ottanta, alcune sue colonne sonore erano effettivamente uscite con quel nome. Il fan spiegava che quei dischi erano diventati oggetti di culto in Giappone. Enrico ha sorriso raccontandomi la sua risposta. Disse di aver passato gran parte della vita a prendere le distanze da quello pseudonimo. Ciò che contava, per lui, non era il nome. Era la musica. Voleva che fosse il lavoro a parlare da sé. Me lo disse con leggerezza, quasi scherzando. Ma dietro quel sorriso c’era la certezza di chi sa che l’arte, quella vera, resta.

Il tempo passa. Le tendenze cambiano. Ma profondità, disciplina e sincerità lasciano un segno. Faremo bene a ricordare il messaggio di Kleber. La cultura non è un ornamento. È centrale: per la crescita individuale, per la vitalità economica, per il modo in cui pensiamo e per ciò che siamo.

Mentre innovazione e tecnologia accelerano, come è giusto che sia, spetta a noi decidere come indirizzarle.Senza cultura, sono prive di direzione.
La cultura può salvare il mondo – se scegliamo di prenderla sul serio.

Immagine di apertura: Il restauro di nastri perduti nell’archivio CAM Sugar. Fotografia: Mattia Micheli.