Milano da set
Dal boom al reflusso, il cinema italiano ha saputo raccontare Milano ed i suoi cambiamenti sociali attraverso i suoi luoghi emblematici – celebri, mutati o scomparsi. Dal vecchio San Siro alla Torre Velasca, dallo store Fiorucci alle luci di Metanopoli, un percorso tra alienazione, sogni e contraddizioni che ripercorriamo insieme ad una playlist per riscoprire la città.
“Lambertoni! Ma cosa fà chi a Milàn cu stu cald?” La battuta pronunciata dal debitore seriale Alberto Nardi (Alberto Sordi) ne Il vedovo di Dino Risi basterebbe da sola a fotografare l’intero sentire di una stagione – quella del miracolo economico – e di una città – Milano – che ne è stata indiscussa protagonista, dove gli affari non si fermano nemmeno sotto la canicola estiva.
Nel 1959, anno di uscita della pellicola, Milano è una città lanciatissima come la sua edilizia di cui è emblema la Torre Velasca, progettata dallo studio BBPR e completata appena l’anno precedente. Ventisei vertiginosi piani in pieno stile modernista, appartamenti con filodiffusione e il portinaio con tanto di uniforme e cappello brandizzato – si direbbe oggi.
Il boom promette miracoli, inebria, fa fare passi più lunghi della gamba a un popolo di rusconi – grandi lavoratori lombardi – ma altrettanto di cialtroni e affabulatori, come il Nardi. Risi, con l’acume di un sociologo e il cinismo spietato di chi ha visto le acrobazie comportamentali degli italiani durante la guerra ed il Ventennio, è il cantore perfetto di questi mostri. Tant’è che avrebbe voluto riconfermare Sordi anche nel successivo Il sorpasso, salvo poi fare la storia con Gassman.
Ecco che le Olimpiadi invernali di Milano-Cortina, tra promesse di spinta all’economia, polemiche assortite e gli immancabili scandali edilizi, fanno tornare alla mente la grande illusione del boom. I tempi, e con essi Milano, certo sono cambiati. Nelle sale nessun cinepanettone a sfondo olimpico, e Cipollino Boldi passato da simbolo della città a nemico del comune senso del pudore nel giro di una battuta.
Eppure c’è stata una lunga stagione in cui il nostro cinema è stato narratore privilegiato di Milano, città-paradigma attraverso cui i registi – ma anche i compositori – hanno raccontato l’evoluzione del costume. I suoi luoghi – amati, mutati e scomparsi – compongono oggi una mappa alternativa per navigare la città. Un percorso che CAM Sugar ha tratteggiato attraverso una playlist, Milano through Cinema, per accompagnare questa deriva e (ri)scoprire la città attraverso le musiche del suo catalogo.
A inizio Sessanta jazz e cemento servono a commentare la tensione modernista di una città spietata dove, dietro il buon viso del consumismo e le promesse del miracolo economico, si cela l’alienazione più profonda. Il vuoto, per parafrasare una pellicola di quegli anni diretta da Piero Vivarelli e dalle potenti musiche jazz di Armando Trovajoli.
La notte di Antonioni è un dedalo sentimentale, come le strade di una Milano in costruzione, una città – futuristicamente parlando – che sale, illude e opprime. Ecco che la Torre Velasca torna ne La vita agra (1964), come incarnazione di questa condizione transitoria, negli incubi di Luciano Bianchi (Ugo Tognazzi) che sogna di camminare sul suo cornicione, con sotto solo il vuoto – per parafrasare una pellicola dello stesso anno diretta da Piero Vivarelli e dalle potenti musiche jazz di Armando Trovajoli. “Vita agra, quassù. Caschi a terra e nessuno ti raccoglie.”
Ci sono la Torre Branca, la Breda e la Galfa, ma anche i profili dei palazzi e grattacieli di Metanopoli, la cittadella Eni di San Donato, i cui neon nella notte fanno da sfondo alle scorribande della gioventù bruciata di Milano nera. Per capire meglio l’identità dell’opera bisogna tornare al titolo della prima sceneggiatura, scritta da Pasolini come contraltare meneghino dei ragazzi di vita romani: La nebbiosa. Un appunto paesaggistico dove la nebbia padana, cifra e stereotipo della città, incontra quella simbolica delle fabbriche del boom, ma anche del mondo dei giovani Teddy Boys, torbido agli occhi dell’opinione pubblica.

Se nei Sessanta Roma è il cinema italiano, Milano resta comunque imprescindibile. È sotto la Madonnina che Nanni Loy ambienta Audace colpo dei soliti ignoti (1959), sequel del classico di Monicelli. In questo senso sono piuttosto esplicativi i due titoli scelti per il mercato estero: Fiasco in Milan eHold-up à la Milanese. Accompagnato dal jazz di Piero Umiliani con la partecipazione di Chet Baker alla tromba, il film ha tra i suoi luoghi la Stazione Centrale. È qui che, sotto lo sguardo imponente del Pirellone di Gio Ponti e Pier Luigi Nervi, arriva la sgarrupata banda di ladri, fingendosi tifosi della Roma in trasferta a Milano. Interrogato in commissariato sull’alibi, Peppe Pantera (Vittorio Gassman) reciterà infatti a memoria la cronaca della partita letta sul giornale. “Scusi se mi permetto, solo dodici [pregiudicati] su quasi mille tifosi romanisti è una percentuale irrisoria, tra i laziali sono molto maggiori.”
I binari della Stazione Centrale sono, insieme a torri e grattacieli, significante del miraggio della Milano del Dopoguerra, come racconta anche Rocco e i suoi fratelli (1960) di Visconti. Il bianco e nero accentua la polarizzazione fatta di alti e bassi.
Le guglie del Duomo, meta di appuntamenti di giovani coppie, e la minaccia di Nadia (Annie Girardot) di buttarsi giù, esausta e amareggiata da una vita che sembra non riservare più spazio per i sentimenti. C’è la desolazione dell’idroscalo – ancora lontanissimo dalla riqualificazione portata dall’Expo – e la Palestra Visconti dove Rocco (Alain Delon) si allena a pugilato, spazio di riscatto sociale e negoziazione di identità.

Anche quando la disillusione per la fine del miracolo economico deflagra nella violenza politica, Milano continua a essere teatro privilegiato per la narrazione cinematografica. Se il ‘68 italiano ha tra i momenti cardine gli scontri di Valle Giulia a Roma, è la strage di Piazza Fontana nel dicembre 1969 a dare il là alla strategia della tensione.
Liliana Cavani, ne I cannibali (1969) usa la metropoli come spazio distopico per ambientare la sua rilettura contemporanea de L’Antigone di Sofocle. In un potente esercizio di simbolismo e denuncia, Pierre Clementi si aggira con una una sciarpa rossa al collo tra le strade di una città dove l’asfalto è coperto da corpi di giovani ribelli. Anche la musica sottolinea questo cambiamento. Il jazz di Umiliani, Trovajoli e Piccioni non è più un linguaggio dirompente, ma è ora Ennio Morricone a interpretare il sentimento del nuovo cinema di protesta, tra dissonanze e psichedelia.
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In San Babila Ore 20: un delitto inutile (1976) – sempre per le musiche di Morricone – è proprio uno spazio geografico a diventare significante di un’intera stagione della città. Il dedalo di gallerie e portici attorno alla piazza riporta alla luce landmark di una quotidianità quasi perduta ma di cui resta la profonda identità milanese. Agli scomparsi Bar Sundown di Piazza Diaz e il negozio Fiorucci (dove un sanbabilino si recano ad acquistare gli stivali) si avvicendano attività storiche, come il ristorante Santa Lucia, il cinema Arlecchino, ed il Sex Shop di Piazza Sempione – uno dei primi ad aprire in città.
Nel racconto cinematografico di Milano non può mancare San Siro, ancora senza le torri dell’ampliamento di Italia 90. Vuoto, in Milano nera, diventa teatro di violenza e alienazione, quasi preludio agli scontri delle future generazioni di ultras; gremito di pubblico in Delitto a Porta Romana e Eccezzziunale…veramente cattura una Milano popolare e febbrile – come i film con Tomas Milian – dove il calcio è motore identitario della sua gente.

Negli Ottanta è la commedia, più che il cinema d’autore, a farsi interprete della narrazione sociale della città, fotografando la Milano da Bere con il suo edonismo e le contraddizioni di classe. Tra i tanti film capaci di raccontare questo contesto, I fichissimi (1981) diretto da Carlo Vanzina, con Diego Abatantuono, Jerry Calà e Mauro Di Francesco, resta uno dei più affascinanti. Fedeli alla condizione postmoderna in cui nascono, queste pellicole sono una stratificazione di reference, non solo sul piano estetico ma anche nel registro comico, tendente all’assurdo, forgiato dalle lezioni di cabaret del Derby.
I fichissimi è un’esilarante traduzione meneghina de I guerrieri della notte, ma è anche un’occasione per raccontare – analogamente ai film del boom – la Milano delle classi più umili, dove sussiste (ora in chiave farsesca) lo scontro culturale tra terroni e polentoni come categorie dello spirito, così come l’idea del consumismo come veicolo di affermazione. La pellicola si articola in un continuo dialogo tra centro e periferia. Da un lato le case popolari di Rho (in realtà girate a Roma), dall’altro le viscere della metropolitana e della notte, con la celebre discoteca Rolling Stone di Via XXII Marzo – dove suona uno dei brani più groovy di Detto Mariano. Tutto culmina in un incidente, con Jerry Calà che schianta una Ferrari in Piazza Meda, contro il disco di Arnaldo Pomodoro – altro illustre milanese e amico intimo della coppia Vitti-Antonioni, per cui realizza la decorazione dell’aeroplano di Zabriskie Point.
Intanto, nei cinema (sempre più freddi) che resistono allo streaming, nessun film racconta le Olimpiadi. Ci rimettiamo nelle mani di Vianello e Tognazzi e al loro Le olimpiadi dei mariti, anno domini 1960. Altri tempi, altri giochi olimpici, ma in fin dei conti stessi italiani gigioni.
Immagine di apertura: San Babila ore 20: un delitto inutile, dettaglio dall’artwork della colonna sonora CAM Sugar di Ennio Morricone.
